Quando riportarono mio fratello in camera erano trascorse quasi cinque ore. È un tempo quello in cui non si ha pensiero nella testa, solo una brezza svagata incapace di posarsi su qualsiasi cosa. Il tempo si ferma. Si ferma sugli sguardi tristi della moglie, delle figlie, sedute su panche dure come il marmo. In certi luoghi non vi deve essere relax e pace; in certi luoghi devi sentire tutto il peso di quel che accade.
Io avevo camminato tutto il tempo in giardino. E c’erano delle strane rose bianche senza spine, nate in un gennaio così caldo che ero senza giacca. Vedevo passare i camici celesti e le tuniche bianche delle suore, ma si trattava di immagini senza sostanza. Il mio pensiero, questa sorta di brezza, vagolava ora al presente ora al passato.
Raccoglievo con mio fratello delle conchiglie sulla spiaggia e poi lui mi rimproverava aspramente per non aver avuto il coraggio di espormi con una ragazza. Poi bevevamo in macchina, nella sgangherata macchina francese dove, al colmo della disperazione economica, rollavamo cartine con il the dentro. Eravamo nella mia cucina a prepararci la pasta cacio e pepe (più pepe che altro) per cui andava matto.
“La cremina è il segreto! Certi ristoranti non sanno nemmeno quello che cazzo stanno facendo! Ti presentano un piatto con una acquiccia dentro che pare che tu stia per mangiare la pasta in una palude!”
E il vino? Il vino doveva essere sempre abbinato. Io non ne capivo niente. Lui faceva le sue scelte per me.
“Questo è il tuo vino… ombroso, leggermente acidulo, con sentori di sottobosco… insomma, uno sfacelo!” e rideva con quella risata che gli spalancava gli occhi celesti. Lui aveva ripreso del papà, io della mamma: ombrosa, acidula e semicelata al mondo, tanto che la sua faccia stolida l’ho ancora in mente:
Le dissi “Sai, Filippo ha qualcosa di grave…”
“Non può essere che Filippo abbia qualcosa di grave!”
“Abbiamo parlato con il Professore, come tu ci hai detto!”
“Eh! E il Professore può sbagliare! Mica è infallibile il Professore! Vorrà dire che prenderemo un appuntamento diverso, con un altro medico. Non vedi che sta bene? Il suo colorito… cos’è ha che non va? Vuoi che una madre non senta se suo figlio ha qualcosa di grave oppure no?”
E in quelle cinque ore la sua stoltezza piena di pregiudizio e superstizione non ebbe mai un tentennamento. È incredibile quanto possa essere sciocca una donna sciocca!
“Io vado in Chiesa a pregare! Voi non lo fate, lo farò io!” Ci disse con la faccia scocciata, come se dovesse pagare una tassa iniqua. L’unica donna a mettere in gioco l’anima! L’unica di tutta la famiglia!
Lo riportarono dopo cinque ore e non lo riconobbi. Lo avevo visto andare in camera operatoria con la sua espressione di sempre. Forse un po’ astratta certo a causa della minima anestesia; ma aveva sorriso, ci aveva stretto la mano e l’ultima carezza era stata per le figlie.
“Dobbiamo fare il giro sull’aliante” aveva ricordato, come per promessa. E poi aveva infilato il corridoio come un rapido, su quel lettino tecnologico pieno di pulsanti.
Lo riportarono dopo cinque ore su una sorta di tavola da stiro. Lo misero a letto issandolo per i lembi del lenzuolo e lo collegarono ad una quantità indefinibile di fili e centraline che confluivano tutte in una specie di console lampeggiante di fianco al letto.
Fu facilissimo tirarlo su e depositarlo sul giaciglio. Pareva non aver più peso. Come un Cristo era diventato di sfoglia leggera, facile alla consunzione, pallido ed emaciato. Non osammo toccarlo. Solo la moglie si fece sulla sua fronte e la baciò piano.
“Sta dormendo” ci disse, con gli occhi luccicanti.
Faceva sera. Succede ogni giorno. Pure nei giorni che vorresti cancellare.
Ci sedemmo nel corridoio; improvvisamente ci alzavamo, ci dicevamo che era tutto andato bene; che dovevamo solo aspettare. Poi da lontano, come una macchia bianca sempre più distinta, si avvicinò il Professore.
Si fermò davanti a mia cognata.
“Signora… come le dissi, non è stata una passeggiata! Ma tecnicamente l’operazione è riuscita!”
“Però?” disse mia cognata.
“Beh… dobbiamo aspettare almeno quarantotto ore. La prognosi non è sciolta”
“Quarantotto ore…”
“Ripeto: tecnicamente l’operazione è riuscita!”
Ora qualcuno ci avrebbe dovuto dire che quel tecnicamente significava che il male che occupava metà addome di mio fratello era stato divelto, ma restavano tutti i danni che aveva provocato. Nessuno ci disse che avrebbe passato una settimana ad implorare di morire, a gridare dal dolore. Nessuno ci disse che avrebbe perso tanto peso da esser costretti a metterlo di peso sul water. Tecnicamente “riuscito” significa che hanno tappato il radiatore ma che ti restituiscono la macchina ridotta ad un rottame e che il radiatore è solo un problema di facciata. Che tutto intorno il motore era andato; che la carrozzeria era andata. Che forse la macchina avrebbe potuto ricamminare, ma avrebbe avuto bisogno di decine di additivi, tagliandi e rimesse a punto.
Imparammo che il Primario Chirurgo non è Gesù Cristo: è un meccanico che tappa il radiatore lasciandoti un rottame. Che non ti dicono quante migliaia di euro serviranno per le medicine e per i controlli di routine e che questi controlli di routine non puoi prenotarli dalla sanità pubblica perché aspetteresti mesi, se non anni.
Nessuno ti dice che sarai chiamato in piena notte (succede sempre in piena notte) e che sentirai il pianto dirotto di tua cognata che ti implora di portare tuo fratello al Pronto Soccorso.
Nessuno ti prepara al puzzo acido del vomito bianco di tuo fratello in una busta della Conad per tutto il percorso da casa all’ospedale.
Nessuno ti dice che sembra una catena di “smontaggio” che menti eccelse hanno pianificato; perché guarda caso le medicine più importanti le dovrai pagare e gli esami più importanti li dovrai pagare. Nessuno ti dice che ci invecchierai con questa faccenda. Ci perderai in freschezza ed in salute. Sembrerai più vecchio ma, nonostante questo, continuerai a festeggiare i compleanni, anzi a benedirli. Perché ogni anno in più sarà un anno in più passato con lui, con tuo fratello. Niente più cacio e pepe; niente più vino ma, ed è questo il bello della storia, il suo sorriso immutato sotto i grandi occhi celesti.
Vaffanculo Professore!

Leave a comment