Dovrei esserne felice. Il mio collega di open space è esperto di vini, tennis, veganesimo e donne. Cosa si può avere di più dalla vita! Non so, potrebbe organizzarti dal nulla un party con una affascinante signora, consigliarti piatti salutari nonché gli abbinamenti con i vini ed allenarti un po’, prima dell’appuntamento, per toglierti tutto il bolsume che hai addosso: la noia, la sfiga (no, la sfiga è impossibile), l’apatia e la disistima (no, la disistima è impossibile).
Comunque: potrebbe fare qualcosa sicuramente. Un uomo con così tante risorse può, infilandoti la pergamena in bocca, trasformarti in una sorta di Golem che non prova molte emozioni ma che riesce nell’intento. Magari quello di socializzare.
E’ questo il bello degli open spaces. Credo sia l’unico fallimento progettuale delle grandi aziende. Volevano creare i presupposti per far aumentare la produttività dei dipendenti, ma alla fine sono divenute una sorta di Agorà in cui si mischiano i più disparati umori.
Delle vere e proprie piazzole di svago in cui, imbarazzati nuovi manager poco più che ventenni cercano disperatamente di imporre il loro invisibile carisma. E così alla fine sono costretti anche loro a partecipare al compleanno di quella, all’anniversario lavorativo di quell’altro, al brindisi per la Laurea de l figlio di tizio o di caio.
Le signore delle pulizie si troveranno l’indomani a dover pulire una sorta di rimasuglio di Carnevale di Rio: avanzi di torta, coriandoli e fili colorati in terra, cappellini e nasi finti.
Con questa storia degli open spaces hanno bell’e fallito, così qualche mente fervida ha pensato bene (per risparmiare sulle pulizie, sul riscaldamento e qualcos’altro) allo “smart working”.
Lo “smart working” o “agile working” (insomma questo qualcosa che in italiano non andava bene dirlo) è quella trovata che ti permette ancor più di trastullarti lo scroto tra le dita davanti al PC per circa due ore e poi portare a spasso il cane, ritirare il bucato, passare il Folletto in salone, guardare un film in streaming (e anche questo in italiano non ha equivalenti).
“Io lavoro in smart working” fa figo dirlo, davanti ad un bicchiere di rosso, la sera tardi, vicino al camino. Il tuo vecchio ci si trastulla e pensa:
“Vedi? Mio figlio lavora in smart working”…”
Qualcuno ha osato anche dire “Io faccio il telelavoro!” ma cos’è, Dio mio! Lavori al telaio? Lavori per una compagnia telefonica? Tiri i cavi? Che schifo di lavoro è?
In sostanza non si lavora. Ma l’azienda lo sa. Lavori da casa esattamente quanto lavoravi in ufficio. Due ore. Il resto erano pisciate, chiacchierate, anche cacca se avevi il fegato, passeggiata, pausa pranzo, sigaretta… l’azienda lo sa e tace: perché risparmia.
Due ore in meno di lavoro ed eri disoccupato! Che culo! Ti trovi proprio in una bella società! Ancora più si premia il fancazzista. Ma a te sta bene: non protesta nessuno!
We lives in Italy! Yeeehhhh!


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