Avevamo cose semplici, come l’amore.
Avevamo il giorno, la notte, le stelle brillanti ad agosto. Avevamo l’innamorata, incontrata per strada un giorno per caso, che aveva proprio quelle fattezze lì, quella faccia lì, quella camminata lì. E la seguivamo per chilometri su e giù per la strada principale del paese, senza soluzione di continuità: per ore ed ore, forse per giorni. Fino a che la fame non ci consumava; fino a che la barba non ci pungeva la faccia. E avevamo più di tutto la giovinezza che non conosce confini o paure e che non considera il tempo e la convenienza. Ci innamoravamo come era proprio della nostra età e quando accadeva ci lasciavamo trascinare dalla corrente e non nuotavamo, annaspando, contro. Che fosse lei era trasparente, palese, lapalissiano. Era lei a tutti i costi e contro tutti. Gli amici cercavano magari di dissuaderci; la mamma cercava di convincerci del contrario.
“Ma quale amore e amore… sai quanti ne incontrerai di questi amori?“
E invece noi sapevamo che quell’amore era proprio quell’amore lì e non altri. Che non ce ne poteva essere uno anche lontanamente simile, nemmeno pensabile.
E ora di semplice non abbiamo più niente. Non perché sia cambiato il sentimento che alberga in noi. Solo, tra esso e il suo libero sprigionarsi si è frapposta una corazza, una spessa parete di paure e convenzioni, di pigrizie e convenienze. Noi stessi, come se gli altri non bastassero, tentiamo riuscendoci di convincerci che non è sentimento. Alla nostra età diviene “infatuazione”, “capriccio”. E tutte queste stronzate ci convincono addirittura. Perché noi non ammettiamo di aver sbagliato e siamo terrorizzati dal reinizio. Il ricominciare da un’altra parte ci spaventa.
Per carità, non siamo tutti uguali; ma l’eccezione è appunto tale. E sono quelle persone felici che sorridono quando camminano. Le riconosci subito, ma le liquidi come “superficiali”. Perché invece quello profondo sei tu: quello con mille remore e terrori, fobie e fissazioni. Tu sei un uomo di mondo.

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