Circa la fine dei cuoricini e delle casette di marzapane
Già oggi i saluti social sono stati freddi, più distanti, vicini all’ordinario. Certo: ci si prepara per Pasqua! Domani riceveremo i soliti buongiorno scherzosi e quotidiani (quelli del periodo lontano dalle festività) ma subito dopo vedremo colombe e uova nei supermercati, pasticcerie imbandite, statuine della Passione a San Gregorio Armeno.
C’è una volontà della dimenticanza che ci spinge di festa in festa nel tentativo disperato di cancellare tutto il resto in mezzo. In mezzo c’è il lavoro (infinto, per chi ce l’ha) i genitori malati, i figli che fanno fatica a campare in questo mondo, la classe politica dilapidante…
È una storia vecchia come il tempo. Le feste per dimenticare. Una volta duravano settimane, poi è subentrata la congiuntura negativa, lo Spread e chi non t’ammazza e le feste durano il giorno della festa. Molto spesso fatte in economia ( ma come si dice: dove si mangia in sei si mangia pure in dieci); con il tonno in scatola e le sardine sotto sale, il pane riposato e la carne dell’hard discount. Ma come detto, non si festeggia per festeggiare, ma per dimenticare.
Io da tre anni ho scoperto un modo nuovo di passare il Natale. Non vedevo motivi nella festività canonica, ma i miei bimbi mi hanno dato modo di vedere le feste in maniera diversa. Provo a scrollarmi di dosso la patina di vecchio noioso che mi sento tra le giunture e ad essere il bimbo che ho dentro. Una ricetta semplice, ma che è difficile applicare. Bisogna dimenticare i preconcetti, il giudizio altrui e le maschere del quotidiano. Occorre ricordarci chi eravamo e riprovare a farlo.
Però sento che di anno in anno quella ruggine cade e parimenti il loro sorriso cresce. E che i bambini ridano è fondamentale per la vita del Pianeta.


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