Perché non resti? Potresti sedere qui, semplicemente parlando. Guarda: con me non devi neppure prendere quella falsa aria disinvolta, accavallare le gambe. Potresti parlare sinceramente; dirmi quello che non va e non limitarti a mandare cinque volte al giorno una faccina sul messenger.
Oppure (non voglio essere pessimista) potresti dirmi quello che ti piace; che, come dici tu “ti sconfinfera di me”, bevendo un bitter rosso o un’acqua tonica. Da quanto tempo non beviamo seduti al tavolo di un bar? Ci piace più? Ci è mai piaciuto? Non rammento…
Avevi spesso i capelli raccolti dietro le piccole orecchie bianche. Indossavi piccoli pendenti argentati, di quella foggia antica. Mi ricordo sai? Ricordo tutto. Ricordo persino lo stupore di vederti così bella e lo stupore tuo di sentirti guardata, osservata con devozione quasi di pittore; come di uno che deve immortalarti su una tela.
Ma non ci sei. Semplicemente non ci sei, perché qualche altra cosa ci assorbe; su qualche altra cosa siamo comunque concentrati. Siamo stati sconfitti prima della partita. Ci siamo dati lo sfavore dei pronostici. Chissà perché…
E’ difficile ricostruire l’armonia da uno spartito lacero. Ci vogliono mani pazienti ed amorevoli che non abbiamo più, perché “ci manca il tempo”.
E definitivamente, quando chiudo la chiamata, mi sento solo. Ma, intendiamoci bene, questa solitudine è volontaria; questa reclusione è scelta (anche se non appare tale), questa clausura è morbida e confortevole.
Rischiare di nuovo di trovar difetti? Rischiare di nuovo di non essere compiaciuti o soddisfatti? Rischiare di non soddisfare?
Hai ragione ad andare. In definitiva l’avevo capito prima di vederti, che volevi andare.
Con l’indice spingo Bach nel lettore. La sera scende e sale come una Chiesa gotica.

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