Salendo, sopra sterrati rotti da andate e ritorni di formiche
si cantava la canzone che scaccia la pioggia.
Ogni tanto un’ombra che fuggiva,
un fruscio di serpe
una creatura di pietra e carne che faceva capolino là, nel fitto.
Oh quant’è lontano questo cuore ormai
dagli aghi di pino a gran distesa
e dalla resina dispersa tra le fronde
dal pizzicore dell’erba gialla e scura
dagli accordi sempre uguali di chitarra
Siamo qui, siamo vivi, siamo noi!
E l’illusione di esser soli al mondo
di fronte all’orizzonte fatto azzurro
dalla maestosa irrealtà del mare.

