Dell’Abruzzo non amo ciò che si conosce. Non amo le piste innevate; non certo i luoghi imbarbariti dal bieco turismo festaiolo. Amo guardare la cima dei castagni quando i loro ricci sono ancora verdi e i sentieri che scendono a scapicollo coperti dalle chiome del bosco. Amo gli occhi sgranati dei cervi che ti guardano dall’altra parte della strada immobili come statue e il fumo ondulato dai comignoli all’alba, tra odore di stallatico e di fieno. Amo il tintinnio dei campanacci delle greggi all’ora di pranzo quando, sparso il pane sulla graticola, si prepara l’olio per bagnarlo. Amo le cime del primo pomeriggio, che tuonando si vestono a lutto, mentre all’orizzonte il blu del cielo si fa metallo.
Amo la pioggia che scende, mentre chiacchierando non te ne curi. Gocce dapprima solitarie, pesanti e profumate, che diventano ben presto un gran torrente. Amo dell’Abruzzo lo stare in mezzo, come un colossale impiccio. La sua supponenza e il suo biancore. Il gelido abbraccio del mattino e le rane che gracidano a sera giù, da qualche fosso. Amo il fuggir dell’orso. La sua grazia invisibile. La sua paura. E la minaccia remota del lupo, che si cela ma c’è sempre. Il suo zampettare fuori dei recinti, i suoi occhi grigi, il suo silenzio tenebroso.
Ogni bambino ne sente uno alla sera, accanto al letto. Se scende con la mano oltre la sponda sente il respiro umido del lupo. Per questo se ne stanno, i bimbi, intabarrati sotto i caldi piumini. Così il lupo li sorveglia e non li spaventa.
Amo dell’Abruzzo l’esser dimenticato.


Leave a comment