Parola che io detesto.
La udìì la prima volta in una di quelle Conventions aziendali dove centinaia di impiegatucci, segretariucce e camionistucci, tutti gioiosi perché sono stati invitati all’evento, ascoltano parlare i loro capi sul palco, dietro scranni improbabilmente futuristici, davanti a spot inverosimili, accompagnati da musica trionfale.
“Nel lavoro occorre resilienza! Non mi stupirei se tra un paio di mesi questi signori davanti a me non fossero più qui! Cambiamento! Cambiamento! Nel lavoro ci vuole cambiamento! Aria nuova! Aria nuova!”
E questo lo disse senza essere malmenato. E tutti ascoltarono come se fosse una roba normale. Poi, evidentemente accortosi della grande, enorme bestialità appena detta, aveva agiustato il tiro.
“Nel movimento delle poltrone volanti mi metto anche io, chiaramente!” e fece il gesto di Superman: quello con il braccio avanti, simulando con la voce il sibilare del vento.
Dalla platea si levò una gran risata. Ma certo! Naturalmente!
Resilienza vuole dire, in soldoni, che ti devi adattare a quello che ti capita. Ti licenziano in tronco? Il resiliente si scrolla dalle spalle i calcinacci e si rifà una vita. Oplà! Dall’oggi al domani.
L’oncologo ci annuncia con la faccia assente che ci è venuto un cancro? Il resiliente è quello che aggredisce la malattia, la soggioga e la fa recedere e guarisce! Cazzarola: ci vuole tanto? La resilienza è una grande panzana che globalizza le anime. Non tiene conto dei caratteri, del vissuto, dei dolori passati, della formazione. Globalizza e banalizza. D’altra parte che cosa di singolare può uscire da gente che ha a che fare ogni giorno con gente licenziata? Con famiglie rovinate? Ahhh loro dicono che questo li fa soffrire molto. Che chiedono addirittura aiuto agli psicologi. Ebbene io non lo credo! Sono convinto anzi che costoro provino gusto sadico e delirio di onnipotenza nel rovinare la vita della gente, nel vedere i loro volti sbiancare e sbigottire. Sono mansioni che si accettano di buon grado solo se si è spietati, cattivi, egocentrici.
Ah! Quel gran manager della resilienza davvero poi lasciò la poltrona. Ma fu per un incarico più importante e molto più ben pagato. Perché è facile essere resiliente quando hai la carriera spalancata davanti e cadi sempre in piedi, come il famoso Ercolino di quando ero fanciullo ed incontaminato e non conoscevo la parola “resilienza”.


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