Quali sono le cose più vecchie che indossi oggi?
Erano del mio caro bisnonno. In tarda età parlava ogni giorno con Sant’Antonio Abate che incontrava nel corridoio e le strusciava e in più, avendo egli un alluce storto come un uncino, le deformò tutte. Quando le passò al figlio disse con tono celebrativo: “Esse cioce honno vissuto meco ogni iorno da ottantacinque anni! Vedi de tenelle come nóve!”
E così mio nonno fece, pur lavorando tra lo stallatico e le zolle, egli tenne fede al desiderio del padre. Le cioce furono tenute sempre con somma cura ed attenzione e poi mio padre, che le indossò facendole imbottire di lanella di scarto, avendo egli il piede sottile come quello di un ballerino. Ogni giorno le riponeva sul tavolo, come una reliquia, facendo imbestialire la mamma che urlava: “Este cioce puzzano quattro volte. Prima de li pédi de Ntonio, pó de quelli de Gerardo, pó de quelli de pàtete e pó de li téi, che non so da meno!”.
Un giorno che ho vivido nella mente (era maggio) mio padre ormai sfinito me le porse. “Esso! Fanne bon uso come ne faccettero i nostri avi. Chiste non so cioce, so tradizione!” E allentata la presa, spirò. Da quel giorno sempre le calzo. Pei campi, alle cerimonie, ai funerali. Esse ancora portano in loro il vento e la pioggia, il sole e la luce di un secolo fa. Ad onta di tutte le cose che nascono e muoiono nell’arco di un giorno perché non hanno valore!


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