Ogni mattina cerchi di svegliarti dell’umore giusto. E’ una sorta di battaglia contro il fato. Iniziano ad arrivarti le notifiche. Non rispondi? Rispondi? Cosa potresti rispondere all’immagine di una tazza colma di cappuccino variegato al cacao mentre già la colite ti sale? Cosa puoi rispondere all’illustrazione di un cornetto ripieno di crema che scende come una nave al varo in un colmo di cioccolata, mentre senti la platessa del giorno prima risalire la corrente esofagea come un salmone?
Mille volte meglio gli orsacchiotti!! Agli orsacchiotti si può anche rispondere con una faccina che ride. Che ci vuole! E’ un attimo. Ahhh che sollievo.
I più impegnativi sono i saluti cartolina con la frase a corredo. “Affronta la settimana come un leone nella Savana“. E come l’affronta? Non fa niente da mattina a sera! Fanno tutto le leonesse! Oppure “Prendi la vita come un’arpa e falla suonare nell’Universo”. Nell’universo dei BUS che clacsonano per la via? Nell’universo dei “doppia fila”? Nell’Universo dei “mi metto davanti all’entrata della scuola perché devo accompagnare il bambino sul primo scalino“?
Da quanto ti sei svegliato: un’ora? Un’ora di pensieri tormentosi e di routine che nessuno ti costringe a compiere ma che tu compi, per non “apparire” un buttero. Eppure vorresti essere un buttero. Anzi, vorresti prendere il primo cavallo libero e farti una bella galoppata sulla spiaggia, mentre gli zoccoli alzano schizzi d’acqua che ti investono freschi e liberatòri.
Sai quelle belle giornate che non sono né d’estate né d’inverno, con l’atmosfera tiepida… il Sole poco invadente…
Queste, diamine! Proprio le giornate che sta facendo adesso; nel momento in cui infili i calzini blu perché metti il pantalone cammello e prepari la giacca tono su tono con il pantalone. Perché? Per non apparire un buttero!

Essere un buttero. Cavalcare all’aria con un cappellaccio e un pantalonaccio. Le scarpe logore e ricoperte di fango; una mantella per l’inverno. Tornare a casa con il camino che crepita e buttare tutto sopra un tavolaccio. Intanto sulla stufa sta cuocendo una minestra di ceci che odora di rosmarino. Ti affacci e vedi una macchia di querce. Qualche spicchio di mare laggiù in fondo. Esci nella piccola corte e fai una doccia veloce con l’acqua che si è appena intiepidita nel serbatoio di pietra. Nudo esci e cammini sulla terra e sull’erba che sono ancora umide. Ti senti al centro del mondo. Perlomeno hai un piccolo spicchio di mondo tutto tuo.
A sera lì vicino c’è un piccolo villaggio. Sono quattro case e più in alto, su una specie di collinetta, dietro un muro di cinta arancio, una piccola canonica.
Voltato l’angolo c’è la mescita. Si beve. Se si beve troppo si canta. Ciascuno ha la donna. Tu non ce l’hai. L’unica a cui piaci non la vuoi perché la sua ambizione è vivere in città.
E così, finito il litro, te ne torni a casa e hai voglia di buttarti sul letto così come stai, con una camicia indosso e un pantalone di pelle di diavolo che ti fa prurito sulle cosce.

Una notifica ti avverte di prendere l’anti acido.

Photo by Valter Zhara on Pexels.com

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