Raccontaci del tuo paio di scarpe preferite e di dove ti hanno portato.

Per metà della mia vita ho indossato solo un genere di scarpe, quelle correttive. Era là che correva subito lo sguardo delle bambine e dei bambini miei coetanei e anche dei loro genitori. Strane scarpe robotiche, squadrate, simili a quelle che acconciarono per Frankenstain o che indossarono i Kiss negli anni ‘80.

Con quelle scarpe, che mia madre cercava disperatamente di camuffare sotto campane di pantaloni beige enormi, aumentando così la sua e la mia timidezza e vergogna, non appena potei fuggii via dal paese, dallo sguardo e così dal giudizio degli altri. A Roma nessuno si sofferma su di te. Non sei il figlio di. Non sei nipote di nessuno. E questo anonimato, questa ombra mi davano forza ed intraprendenza. Cominciai a percorrere la Via Appia antica al tramonto, quando sembra di sentire l’incedere delle falangi romane, con il tamburo cadenzato così ben descritto da Respighi. Mi infilai nei vicoli che s’addossano ai Palazzi del centro. Palazzo del Grillo, palazzo Spada, Galleria Colonna. A tutto ciò guardavo sentendo dentro di me una forza invincibile. Ero in una città dove la meraviglia non ha fine; dove si vive lo stupore ed ogni pietra, ogni fregio, ogni madonna illuminata agli angoli hanno una storia che incanta se ascoltata.

E in quel modo dimenticavo quelle scarpe e dimenticavo me, conscio di essere davvero insignificante davanti a tanti millenni. Ero conscio che una pietra d’angolo, un capitello qualsiasi avaevano visto passare “Adriano”, “Cesare” “Caligola” e ora… Sandro con la stessa altera immobilità dei secoli.

È bello rendersi conto di far parte del respiro dei secoli, anche se taluni uomini hanno portato tempeste e noi soltanto soffi d’aria.

Grazie, scarpe malnate!

Gene Simmons e le sue “sobrie” calzature
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