Ci eravamo fermati a parlare davanti ad una vetrina d’un negozio di abbigliamento. Parlavamo di quella zona della città, che alla mia coppia di amici era sconosciuta. C’era una tregua nell’aria. Tutto il giorno non aveva fatto che piovere e quella mezz’ora umida ma di cielo aperto ci permise di fare una breve passeggiata e di scambiare due parole. Un uomo faceva avanti e indietro dalla soglia del negozio al marciapiede e aveva impressa sulla faccia una espressione cordiale di circostanza. Un uomo sulla settantina, con un bel paio di baffoni grigi.
“Continuando giù per quella strada si arriva alla Badia” dissi io.
“Quindi questo è proprio il centro!” Disse il mio amico. L’uomo brizzolato si fece tra noi e disse, con fare impacciato: “Qui praticamente è il Duomo!”’e fece un cenno con le dita come per disegnare un cerchio. Riprese la sua spola tra la soglia del negozio e il marciapiede. Noi ci guardammo solo per un attimo e capimmo da subito che quella risposta non aveva una relazione lucida con il nostro discorso. Ne cercava semplicemente una. Era come se quell’uomo avesse nella mente la cognizione della socialità ma non sapesse più trovare il modo di intrattenerla.
Sapemmo poi che era afflitto da un esordio di demenza senile. Quella frase e quelle considerazioni mi restarono per un giorno intero in mente. Quella evidentemente era una fase della malattia situata ancora al limite tra la coscienza e il suo decadimento. E quanta deve essere la frustrazione e la disperazione di chi si percepisce sul ciglio di qual baratro? Che sforzi deve poter compiere una mente per cercare di restare al di qua? E quando s’accorge di aver fallito, c’è la rabbia? C’è la disperazione? Avvilimento? Pensai se non fosse preferibile a quegli sprazzi di lucidità frustrata essere nella fase in cui non s’ha più cognizione di sé e degli altri. A tutti gli effetti in una condizione di sedazione, di altrove, di altro che non ci è dato di conoscere e dove non c’è errore o vergogna perché non c’è che innocenza primigenia.


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