Se dovessi dirle Dottore, questa sensazione di male inizia il pomeriggio presto. Inizia con una sensazione di groppo in gola che però non porta al pianto. Anzi: il pianto si ferma all’altezza della gola e non sale e non scende. Rimane lì come un segnalibri a ricordarmi che ogni cosa che farò da quel momento in poi sarà segnata da questo sottofondo di malessere che non so né qualificare né quantificare. È un malessere silenzioso, sottinteso, insistente e anche un poco doloroso che mi segue fino a sera.
Perché la notte mi protegge. È come se con le sue immense braccia stellate mi stringesse e mi cullasse leggermente dicendomi “non ti preoccupare di non dormire, non ti preoccupare di non riposare, perché riposo non sta nel sonno ma nella giustezza delle proprie azioni”. E allora perché pur non compiendo azioni malevole il mio animo non si quieta? Perché rimane questa sensazione d’errore, di cosa fatta male? Vede Dottore, lei mi ascolta come tutti i dottori e non risolverà il mio problema. Il mio problema non si risolverà mai perché io non voglio che si risolva. Non è un suicidio quello che sto commettendo. Sto facendo la mia strada; e se la mia strada comprende anche questa ineguatezza, questo senso di estraneità allora va bene così, purché non faccia male agli altri. Dopo qualche ora la notte mi dice di aspettare che sopraggiunga il roseo dell’alba, quando quel nodo in gola è del tutto sparito ed inizia la fatica della nuova giornata che si alza, calda, ottundente, asfissiante.


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