So esibire solo timidezza. Timidezza ai banchi di scuola; timidezza quando la più bella della classe si addormentò sulla mia spalla sull’autobus della gita e io me ne restai immobile per ore: per non svegliarla e per non svegliare me, chissà. Timidezza quando s’usciva in comitiva, accalcati nelle macchine, in sere afose, tutti e quattro i finestrini aperti e fuori i grilli che se la cantavano. Timidezza quando lei era vicino a me, apparentemente distante. Era timidezza anche la sua. Me lo disse una sera, guardando le canne che trafiggono la riva fangosa del lago e, attraverso esse, una Luna velata (era d’aprile o forse maggio). Timidezza quando a trent’anni, vestito come Liberace mi presentai al lavoro e, sudando, mi resi conto che ero l’unico galletto sprovveduto del pollaio. Timido quando guardo le cose, gli oggetti di un mondo che non conosco. Credo di non aver mai toccato un soprammobile, un ninnolo in casa d’altri. Gli oggetti, cose di nessuna importanza che la gente accumula per lasciare traccia di sé. Quelle composizioni in Capodimonte, gli orologi Impero dí truciolato dorato, le statue di resina spacciata per avorio. Cose, quelle altrui, che mi incutono timore. Timido quando parlo, mai certo che le cose che dico possano piacere. Consapevole di essere all’antica. Di essere comunista. Timido per mille altre cose che la notte mi nasconde e che il sonno copre di nebbia. Che le benzodiazepine rendono ovattate. Buonanotte…


Lascia un commento