La generosità della notte
Ci sono giornate vuote come botri di montagna. Ore vuote come un muro cavo, contro il quale si sbatte la testa. E in questo vuoto fatto di cose c’è il vuoto delle persone. Persone a modo; eleganti e cordiali ma dallo sguardo spento, di chi dice “che ci faccio qui? A cosa mi porterà questo pazzo correre: i bambini al nido, il lavoro interminabile, lo sguardo da lanista del responsabile del settore “Contabilità 14”, le pause caffè con un caffè che sa di acqua di cicoria, le corse per tornare a casa e non avere tempo, non aver tempo per nulla di proprio; per un’ora da soli a guardare l’onda di riva del lago sbattere piano con un minimo rumore di risacca…”
Io mi lascio la notte. La notte è una complice discreta. Quando non mi vince il sonno e i sogni mi ridestano riesco anche a scrivere. Scrivere è come versare il piombo che ho nella mente in un generoso recipiente. Scrivere è sempre stato come ricevere amore mentre si dà: un sottile e corvino amplesso che si consuma stando seduti, con lo stomaco piegato, bevendo punte di cucchiaio di bicarbonato.
Quando il cielo schiarisce il piombo ritorna: incombente, ottundente. Monotonia e routine e la consapevolezza che a sessant’anni questa ritualità ci sta assimilando. E siamo allora come tanti Pierrot che imbiaccano il volto prima della triste rappresentazione.

