Improvvisamente mi sono reso conto che tutto ciò che che mitizzavo è così usuale ed assolutamente privo di ogni orpello. Immaginavo i profili delle case, il rosso delle tegole e il bianco dei palazzi. Lo immaginavo ma non lo vedevo. Era restato in me una sorta di stupore del fanciullo che d’improvviso s’è squarciato, lasciando tutto allo scoperto e assolutamente chiaro. I profili erano di case di paese, ordinari e scabri; a volte un po’ cadenti per incuria. Il rosso delle tegole era in realtà scuro e fuligginoso a causa dei comignoli che d’inverno spargono il fumo intorno e il bianco dei palazzi erano intonaco vecchio, scrostato o alla meglio rattoppato alla svelta, senz’essere nemmeno verniciato.
Molto probabilmente i miei coetanei, più maturi e meno sognatori di me, questa aria di “ordinarietà”, questo alone di mestizia lo avevano già visto allora, quando sognavano le strade ed il chiasso di Roma, per me giovane invece fonte di stordimento e confusione. Io ero quello che la domenica mattina faceva il giro del camposanto, cercando i volti dei giovani caduti alla mia età e che si fermava ore ad osservare l’immobile superficie del lago.
Ero fermo. E non crescevo. Pensavo che tutto si fermasse alle viuzze odorose di minestrone del borgo vecchio; quelle quattro vecchie case ammonticchiate sul costone della collina. Pensavo che le ragazze del paese fossero le più belle e che i giardini della piazza valessero quelli delle regge.
Si chiama immaturità? Mancanza di esperienza? Certamente tutto questo. Ma non rimpiango i grandi viaggi, le esperienze estreme. Non mi è mai interessato attraversare l’oceano. Perché per me la bellezza è sempre stata la contemplazione delle piccole cose. Delle cose invisibili. E vista così, allora devo ancora farne ancora molta di strada…


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