
Quando attraversavamo i campi seguivano il corso d’un fossato. Al centro vi scorreva acqua piovana che giungeva al mare. Noi con lo sguardo ne seguivamo il corso e oltre il blu leggero del cielo di aprile ci pareva di scorgere la linea diritta dell’orizzonte pelagico. Eravamo così presi da quel sognato e lontano traguardo da non vedere ove poggiavamo i piedi. Le spighe secche ai margini del tratturo ci s’attaccavano ai calzoncini e l’ortica faceva scempio dei nostri poveri stinchi. Ogni tanto levavamo un gemito, poi subito zittivamo. Avevamo marinato e ogni rumore ci pareva sospetto. Un frusciare, un vocìo subito ci mettevano in allerta. In un paese tanto piccolo si sarebbe saputo subito del nostro bigiare. L’indomani qualche solerte linguacciuto avrebbe subito fermato mio padre in strada e avrebbe rivelato, tra risolini e frasi di circostanza a riguardo della nostra giovane età: “Sai, ieri… quasi per caso, mentre voltavo la terra… così con la coda dell’occhio ho visto passare S. Mi pare che fosse lui insieme a L. e C… ma non vorrei sbagliarmi eh??”. Poi avrebbe aggiunto, giungendo le mani, come a supplicare in mia vece clemenza: “Chi di noi, almeno una volta nella vita non ha fatto una sciocchezza di quelle?”
Ero molto addolorato dal pensiero che mio padre venisse a sapere una cosa del genere. Sapevo che i suoi sacrifici e il suo duro lavoro erano vólti a che io studiassi e mi preparassi un futuro. Eppure la libertà di quelle giornate di verde e di blu e di giallo intenso non sarebbero più ritornate. Passarle in classe, avvolti dalla luce bluastra che filtrava dalle vetrate austere, mi poneva sullo stomaco una sorta di macigno. Vi fissava un dolore sordo come di tempo perduto senza ritorno. Quella era l’età dove l’osare vinceva sempre sullo scrupolo. Un’età che passa. Con essa se ne va pure inesorabilmente l’incoscienza del coraggio.
Ad un certo punto gli uccelli smettevano di cantare. Ogni tanto gracchiavano le cornacchie. Erano le ore di maggior calore. Finivano di lavorare gli uomini nei campi. Li sentivamo tornare trascinando i passi. Ci fermavamo sotto un enorme sambuco che aveva appena aperto i suoi fiori dorati e consumavamo la nostra merenda. C’era un solo uccello che sfidava la crudeltà della cornacchia. La cinciallegra emetteva quattro suoni uguali in rapida sequenza; taceva un attimo e poi ricominciava.
Noi mangiavamo di gusto. E avevamo gli occhi fissi all’orizzonte. Sulla linea cerulea del mare splendeva ora la lama del sole all’apice.

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