Quante volte ho pensato alle pause. Nei vecchi le pause solo confortevoli discese nel ricordo o nel sogno. Nei bambini la consapevolezza dello spazio, la ricerca della fuga dal controllo. Un disperato bisogno di tornare “non nati”. Nella musica la pausa è come per il corpo l’ossigeno: la spinta verso l’infinito che offrono le note e il contrappunto. Nella Fede la pausa è ritrovare lo slancio; presumo sia il momento in cui il cuore del credente e la Grazia del Dio si toccano. Il momento in cui, stanco per la giornata, il saldatore si siede sul letto e sente le ossa e le conta ad una ad una. Cigola quella della spalla; duole quella dell’anca per il troppo stare in piedi. In silenzio ascolta il tepore del termosifone, il respiro calmo e regolare di sua moglie, l’ovattato nulla nel corridoio. Il bimbo farfuglia sognando. Quella stasi tra la veglia e il sonno; quella “pausa” è tutta sua e se la gode, in silenzio. Le mie pause sono costellate di fruscii di foglie nuove del limone (dapprima violacee e poi smeraldine); e dal ronzare in alto delle api cercatrici, dissimulate tra i nuovi boccioli e le maestose magnolie. Pausa è il tempo che trascorre tra un’onda e l’altra, quando il mare di novembre inizia a scuotersi e ad ingrigire. E pausa è l’istante che intercorre tra il “vedere” una immagine e premere il pulsante di scatto. Equilibrio perfetto tra il presente e un dejavu… qualcosa che il cervello ha fatto riemergere tra i miliardi di esperienze che ha vissuto il tuo sguardo.
Pausa è il silenzio dei vecchi al sole di maggio. Pietro guarda l’erba del prato che gli ricorda la sua vita di contadino. Con il berretto calcato in testa guarda e resta in silenzio. A novant’anni ha capito che questa è la miglior maniera per imparare.


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