Versi
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Gli uccelli sui rami, in questa stagione Cantano di un canto frantumato Mentre scende un giallo pulviscolo Trasportato dal tepore. Il pomeriggio rifiata sotto agli oleandri, solleva schiere di gabbiani da sopra i campanili, scioglie gli amanti nelle dimore azzurre. C’è tutto un mare sulle chiome che si scioglie e più su, l’azzurro, reso immobile…
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Hai visto? Al largo ci sono vele o forse sogni bianchi o voli traversi di gabbiani o virgole di sguardi. Tremano all’orizzonte sotto al torrido mezzogiorno i voli viandanti delle vele sospese sul turchese e scheggiano il blu del cielo, irriverenti vele radenti. Non ho mai avuto voglia dell’estate ma ora vorrei la pelle vizza…
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Chi c’è? Vedo delle nebbie… Sono neri dorsi d’onda che impediscono l’orizzonte. È la chiostra dei denti di un mangiatore di cadaveri. E io sono qui che cerco margherite sul suolo di Marte. Non è per niente facile vivere se non si vuole vivere. Come uno stupito frate smarrito coltivo rose. Ma lo faccio per…
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Quello che una volta credevo fiaba è diventato dura realtà! Il mio adorato nonno era un fascista senza il coraggio di dirlo apertamente. Quelle verdi colline digradanti soltanto selve presto abbandonate. La dolce fata che le mie giornate colorava, una scaltra ninfomane bugiarda. Non è restato nulla! Nemmeno la soddisfazione di vedere i colpevoli morire.…
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Il silenzio lontano alzato dal tramonto arriva dal mare, roboando. E diventa pallido al chiaror di Luna. S’attarda innanzi a bui cancelli chiusi, latra allo scuro vortice dell’ore, sveglia i bambini piccoli dal sogno ed accompagna il lamento dei malati. Nero silenzio colmo di ricordo, cupo silenzio di tortore lontane, frusciando ali tra i rami.…
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Solo là blu e giallo e grigio, uniti al debole fruscìo del vento, conducono armoniose onde sulla riva. Come pinnacoli, svettano acerbi fusti. Intatta primavera. Impervio vivere, rannicchiati al gelo, immobili come impavidi e bianchi cani da pastore. Dei della Terra. Distaccati Dei dalle verdi barbe incolte! Soffocate le acque in gole disadorne, ombre lambendo…
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Verde incolto e strisce di cantiere, muri sbrecciati e umidità che sale, finestre sui cortili e un bimbo, da solo , che lancia verso la quercia un sasso e poi si pente. Là a ponente smettono le nubi. Incontrano il limitar del mare mentre di qui, sui colli, stagnano e si contorcono, piangendo gocce gialle.…
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Piove a stille nell’aria. Minuscoli baci dati alla terra. Tra pulviscoli di nebbia a tratti aperta e braccia subito serrate. Capricci tra i capelli queste gocce. E cantando vola il vento dell’Appennino che ancora porta il ciuffo di una molle neve. Grigia e celeste nuvolaglia sul sommo delle colline. Sonno che ti attanaglia e desiderio…
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Ecco, sono le due, le due della civetta e dei graffi sul tetto, del sudore senza motivo, della sopportazione. Le due dei cristalli al quarzo e della gola arsa, dell’imporsi un pensiero positivo mentre la notte rotola. Tutto alle due rimane fermo. La voglia, la rabbia e il disamore. E poi le tre. Le tre…
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Sono un vecchio che si commuove per un ulivo al vento e quel suo scindersi composto, rumoreggiando il mare. Fronde d’argento, mite tormento una lenta ed inesausta torsione ancorata a terra. Quasi un vulcaneo grido. Io e lui. Entrambi a terra immobili.
